lunedì 16 gennaio 2017

LA VANITÀ




Cosa lo muova a giorni alterni andare,
l’imprenditore a dire suo provetto,
difficilmente lo si può spiegare.
Faceva il portapane giovinetto
ed ora saldo in quelle ostil poltrone,
rigido e duro come fa l’appretto,
è quasi fisso in televisione.
Ed ogni sera incredulo mi spiazza
con quella faccia spenta da secchione.
Odiato dalla gente della piazza
assorbe gli improperi e la rancura
senza tremor di ruga nella bazza.
Anzi, sembra che l’odio che procura
lo stimoli a volerne richiamare
e alla caciara sempre dà la stura.
Dice alla gente d’andare a lavorare
e snobba ogni altrui lamentazione
perché lui sa… e non si fa fregare.
Alza il ditino, e la provocazione
muove allo sdegno gli ospiti smarriti
e tutte collegate le persone.
Visi paonazzi irati e irrigiditi
esplodono d’un tratto in un concento
di voci dagli insulti tra i più arditi.
Ma lui continua come fosse vento
tepido e delicato sulla faccia
e il conduttore lo trattiene a stento.
Così dopo la nuova figuraccia,
di scorno pieno a casa se ne andrà,
che io mi chiedo come mai gli piaccia
e cosa mai andare lo farà
a prender la sua dose di dispregio,
se non la sua padrona vanità.

sabato 7 gennaio 2017

LA CERTEZZA



Dai pressi dell’ultimo scalino
ribolle nel silenzio la caldera
e luci tremule,
piuttosto che bagliori,
si scorgono lontano nella sera.
Capisco quel che pensi e non ti spieghi,
ma come dirti quello che non so?
Da soli i miei pensieri
la cercano, però,
una risposta vera.
Scivola il mondo ormai da queste mani
aperte come ali senza presa
e il suono che silente t’accarezza
non è il segnale d’un’amara resa,
ma il grido di dolore disperato
che dà la mia certezza del domani.
E sto cercando dove sono stato.

mercoledì 28 dicembre 2016

L'ISPIRAZIONE



Ho qualcosa da dire,
non so come né cosa, però.
Percepisco la trama
di parole indistinte
e aspetto per un bel po’.
A volte un bagliore notturno
mi rivela una frase rabescata
e dal sogno casuale
s’innesca un lume magistrale.
Altre volte non so,
e scrivo una cazzata.


giovedì 22 dicembre 2016

IL BOTTEGAIO



Passò la vita a vender la porchetta
e a mettere da parte i suoi danari.
Sapeva far di conto in tutta fretta
e conosceva tutto dei maiali.

Col resto qualche volta era furbetto
perché lui era una gran risparmiatore
e non amando pause né diletto
trascorse il tempo da lavoratore.

Mentre gli amici andavano in vacanza
lui si comprò negli anni del servizio
case, palazzi e terre in abbondanza
tenendosi lontano da ogni vizio.

La conoscenza la lasciava agli altri,
l’erudizione non valeva niente,
tenendo per costumi buoni e scaltri
soltanto i suoi, nel giudicar la gente.

Vendendo vino e fumo senza ozio
nell’aria più malsana che ci sia
tra i suoni d’uno squallido negozio,
senza bellezza, il tempo volò via

ad ingrossare solo il capitale,
sfruttando spesso le miserie altrui;
di quella gente bisognosa e frale
a cui i soldi li prestava lui

per poi, seduti fuori dal locale,
berseli insieme oziando tutto il giorno
in un degrado vano e generale
che contagiava tutto quanto intorno.

E lì lo vidi, qualche tempo dopo.
Contratto tra uno spasmo o convulsione,
con l’occhio fisso e spento, come vuoto,
cercando d’appoggiarsi al suo bastone

orrendi suoni dalla bocca uscendo,
senza né senso né significato,
e poi su d’una sedia ricadendo
la testa reclinata,  rassegnato,

insieme ai suoi clienti nella sorte.
Uguale proprio a loro,  gli occhi affranti,
a meditare tardi sulla morte
tra i derelitti ormai… uno dei tanti.

domenica 11 dicembre 2016

LA NEBBIA



La nebbia a pelo d’acqua
offusca dei riflessi anche i contorni.
Specchio infedele come la memoria,
che ci rimanda il tempo
degli antichi giorni.
Un sole lieve scioglie quelle brume
ed una brezza calda le dissolve.
Adesso vedo gli alberi e la strada.
Una speranza mi riscalda il cuore,
ma quella nebbia nessuno la dirada.

mercoledì 30 novembre 2016

RIPENSATECI



Voi che avete deciso di votare no,  fratelli,
ripensateci, perché sarà diverso lo scenario.
Volete rivedere le auto blu? Torneranno I privilegi
e Cottarelli, il commissario, non sarà servito a niente.
Nessun taglio più. E del debito i vostri figli, gente,
pagheranno gli interessi. È questo che volete?
Un Presidente  che si senta un padreterno?
Suvvia. Volete una televisione di governo?
Tornare a subire la cocente umiliazione
d’adulare un imbecille, per la raccomandazione?
Questo succederà. Considerate che il vostro lavoro,
potrebbero pagarlo con Voucher giornalieri, e non al mese.
Ricominciare ad aspettare l’anno dopo per un esame
o doverselo pagare per mancanza di un servizio?
Le banche non serviranno più le imprese,
la sanità sarà divelta. Quelli con il vitalizio
vi manderanno in pensione a settant’anni, a poco a poco.
I corrotti saran sempre più efficaci.
Tali le conseguenze della vostra scelta.
Siate sagaci.

sabato 26 novembre 2016

ZELINDO



Niva so a scola sa la Topolino
e la fermava sempre sott’a ‘n mur.
Era ‘l mi Prof dle Medie di Latino
e dava l’impression da essa ‘n dur.

Sopra ‘l tettucc, na spec de secch sc’meteva,
perché la tela vecchia era bugata
e se che ‘l giorne sopra i ce pioveva
trovava tutt la machina allagata.

Sa lo, tla class, nesun parlava mai
e anca s’era bass, fava paura.
Però tel su lavor sc’meteva cura
e quel che t’insegnava ancora el sai.

Per veda se avevam daver studiat
usava na metodica severa
che se l’arcont adess sembra inventat,
anca se poss giuré ch’è propri vera.

C’aveva sempre du tre bollettari
c’teneva tra le man sempre ben stretti
cum quei dle mult, ti uffici giudiziari.
Quand’arportava i compit già coretti

per ogni virgoletta c’se sbaiava
fava paghé na lira de sansion,
mo se sbaiavi un punt te s’aggravava
e costava cinq lir la punision.

E prima o poi avevi da paghé
e guai se c’era quel che ‘n el faceva,
perché quand se meteva a controlé
la multa te dventava piò severa

e te butava fora dalla porta.
Mo pro, se stag a scriva quest maché,
anca s’di spiciulin ni ho dat na sporta,
io ma Zelindo…  l’ho da ringrazié! *

 * Dialetto d'Urbino


Traduzione

Veniva a scuola con la Topolino
e la parcheggiava sempre sotto un muro.
Era il mio professore alle medie di latino
e dava l’impressione di essere un duro.

Sopra il tettuccio metteva una specie di secchio,
perché la vecchia tela era forata,
e se quel giorno avesse piovuto
avrebbe ritrovato la macchina tutta allagata.

In classe, con lui, nessuno fiatava mai
e anche se era basso, faceva paura.
Però nel suo lavoro metteva molta cura
e quello che c’insegnava, ancora lo sai.

Per vedere se avevamo studiato
usata un metodo severo,
che se lo racconto ora sembra inventato
anche se posso assicurare che è tutto vero.

Aveva sempre due o tre bollettari
che teneva ben stretti tra le mani,
come quelli delle multe negli uffici giudiziari.
Quando riportava i compiti corretti,

per ogni virgola che si sbagliava
faceva pagare una lira di sanzione,
ma se sbagliavi un punto s’aggravava
e pagavi cinque lire la punizione.

Prima o poi dovevi pagare
e guai a chi non lo faceva,
perché quando si dedicava a controllare
la multa diventava più severa

e ti mandava fuori dalla porta.
Però, se io sto a scrivere tutto questo,
anche se di spiccioli gliene ho lasciati una borsa piena,
io a Zelindo… lo devo ringraziare.