mercoledì 4 ottobre 2017

LE REGOLE NON SCRITTE




C’è qualcosa che suscita  interesse, nella recente vicenda dei docenti universitari che truccavano i concorsi. Non tanto nell’episodio in sé, che  non solleva alcuna meraviglia. Bensì nelle parole del cattedratico, proferite senza scrupolo alcuno in faccia allo stupefatto ricercatore.  “Non fare l’inglese, sono regole non scritte”.
Ora quando un docente universitario, per giunta di diritto, pronuncia parole simili, sorgono almeno due domande.
La prima attiene a come si guadagna da vivere. Se costui si comporta come il medico, che dice al paziente di non fumare con la sigaretta in bocca, perché lo paghiamo?
La seconda invece riguarda il valore intrinseco di tali consuetudini. Che peso hanno in una società le regole non scritte e come la influenzano?
Per quanto attiene alla prima domanda, se un ospedale assume un chirurgo, senza che questo lo sia, siamo davanti da una parte ad un ente pubblico degenerato e dall’altra ad un criminale truffaldino. E la cosa finisce lì. Ma se ad assumere chirurghi senza laurea fossero i migliori ospedali del paese, allora saremmo davanti ad un sistema studiato apposta. A chi giova dunque mantenere sulle cattedre delle mele marce, quali quelle che la guardia di finanza ha stanato di recente dalle università?
La questione sollevata dalla seconda domanda è però più stimolante, perché apre le porte a sviluppi di grande interesse.
Se un inglese vuole scoprire il peso che hanno in Italia le regole non scritte, venga in vacanza da noi. Poi faccia un bel giro nelle città dì’arte e attraversi fiducioso le strade sulle strisce pedonali. Lo scoprirà presto.
Non può essere questo un modo per valutare con precisione, direi in modo matematico, il grado di democrazia di un paese?
Democrazia deve essere infatti sinonimo di trasparenza. Vale a dire  la conoscenza universale delle regole che garantiscono la convivenza civile, mentre le leggi non scritte sono l’opposto della trasparenza.
Si prendano dei casi (A), diciamo tirati a sorte, e si vada a controllare in pratica se il rispetto delle regole stabilite permettono di ottenere il diritto al quale si aspira (B). Oppure se, nonostante le regole, occorre agire in qualche altro modo per ottenere meglio e prima quello che ci spetterebbe.  
Si ponga il numero dei risultati positivi (B) al numeratore ed il numero degli esempi verificati (A), al denominatore. Risolvendo la frazione si otterranno così dei numeri da 0,1 a 1.
1 per il massimo di trasparenza e 0.1 per i sistemi che ne sono privi. I valori intermedi daranno l’idea di quale tipo di democrazia esiste nel paese esaminato. Mentre se si ottiene uno zero sarebbe bene fare le valigie, perché saremmo di fronte ad un regime totalitario.
Ecco alcuni esempi:
1.    Concorsi pubblici.
2.    Assegnazione di pensioni di invalidità.
3.    Graduatorie per case di riposo.
4.    Accesso alle cattedre di religione.
5.    Fruibilità delle strutture sanitarie.
6.    Disponibilità degli asili.
7.    Iscrizione agli albi professionali.
8.    Concessione di autorizzazioni di qualsiasi tipo.
9.    Richieste di licenze di qualsiasi tipo.
10. Elargizione di sussidi vari.
Ognuno può divertirsi a trovarne altri e a dare risposte in base alla sua esperienza o a quella di conoscenti o amici. La democrazia italiana sarà in mano vostra.

sabato 9 settembre 2017

L’INTEGRAZIONE




L’integrazione non deve modificare il nostro stile di vita.

Se anche un solo cittadino fosse costretto a cambiare le proprie abitudini a causa di un migrante, non saremmo di fronte ad alcuna integrazione, ma alla disintegrazione del tessuto sociale esistente. Integrazione significa infatti inserzione, incorporazione, assimilazione di un individuo, di una categoria, di un gruppo etnico in un ambiente sociale, in un’organizzazione, in una comunità etnica, in una società costituita. Quale integrazione sarebbe quella dove invece la società costituita dovesse essere modificata dall’arrivo di nuovi individui?

La migrazione  non si può fermare.

Di fronte alla sfida che ci troviamo di fronte le persone reagiscono nei modi più disparati. C’è chi mette in primo piano solo le condizioni di vita di chi cerca di raggiungere l’Europa, e non si preoccupa d’altro. E c’è chi invece non accoglierebbe nessuno. Ma si tratta di posizioni estreme, scatenate dalla passionalità, e non hanno nulla a che fare con un giudizio ponderato.
La realtà è che nessuno mai potrà rimettere indietro l’orologio della storia, e che, volenti o nolenti, dovremo convivere con la presenza di etnie diverse dalla nostra. Ne consegue che se non saremo in grado di incanalare e gestire questo flusso, sarà esso a farlo e a cambiare radicalmente il nostro modo di vivere.

La vera integrazione richiede uno Stato che funzioni.

Come nessun gioco è possibile senza regole, così nessuna convivenza potrà realizzarsi senza leggi sicure, accompagnate dalla certezza di giuste sanzioni. Si tratta per l’Italia di una sfida epocale. Infatti a centocinquant’anni dalla sua unificazione, questo paese non possiede ancora uno Stato degno di questo nome.
Uno Stato democratico, per essere tale, deve essere amato dai propri cittadini. È questo è il solo modo per ottenere il rispetto necessario al suo funzionamento. Ma ciò non avviene. Noi lo sentiamo come un intralcio, a volte come un nemico. Lo percepiamo ingiusto e incapace. Lo avvertiamo distante e freddo, fatto di ingranaggi mossi da un macchinista invisibile e inafferrabile. Ma i nodi vengono al pettine prima o poi, ed anni e anni di disprezzo per la legalità stanno dando i loro frutti.
È questa è la prima cosa che impara chi sbarca da noi. Che qui non ci sono regole, e che se ci sono si possono impunemente violare. Unica conseguenza della maleducazione civica di chi crede che le leggi si possano aggirare a nostro piacimento, se ci fa comodo.
Qui non hanno colpa  gli ospiti neri o bianchi, gialli o rossi. Persone spregevoli e criminali si trovano dappertutto, e giudicare gli individui in base al colore della pelle non appartiene all’intelligenza, bensì alla stupidità umana. Qui è colpevole piuttosto la sciatteria,  l’improvvisazione e l’incompetenza di chi ci ha governati finora, e non è riuscito nell’intento di fare l’Italia. E di chi si è approfittato di questa debolezza, utilizzandola per i propri inconfessabili scopi. 

Qualcuno ha paura di un’Italia forte e democratica.

Lo Stato deve essere la casa di tutti. Ma nessun edificio può reggersi senza un fondamento. Noi abbiamo il nostro: la Costituzione. Basterebbe realizzarla, per rendere  desiderabile per tutti i cittadini la casa comune. Perché non è stato fatto?
Recentemente centinaia e centinaia di musulmani si sono permessi di occupare piazze e strade delle nostre città, nella posizione di preghiera loro abituale verso la Mecca. Una manifestazione che offende tutti coloro che pensano che la religione, o la non religione, siano scelte che attengono alla coscienza personale, da praticarsi in casa o nei luoghi di culto. Ma come dare loro torto? E soprattutto, come impedire che diventi una consuetudine?
Quando la laicità dello Stato e la sua autonomia sono state volutamente schiacciate sotto i piedi dell’arroganza e della strategia clericale nelle scuole, negli ospedali, nei mezzi di comunicazione e ovunque costoro possano contare sull’aiuto di volenterosi zelatori, insensibili alle ragioni degli altri, non possiamo impedire agli integralisti di altre religioni di fare lo stesso.
Quando le leggi dello Stato sono rese inapplicabili, per l’obiezione di coscienza dei ginecologi pagati dagli ospedali pubblici o quando non si fanno, per non offendere la sensibilità del Vaticano, non appena ne avranno la possibilità, gli altri faranno la stessa cosa.
Quando le televisioni di Stato sono asservite ad un’unica visione salvifica ed illiberale, aspettiamoci presto di vedere la fiction di Dario Mohammed, invece di don Matteo.

Non ci sarà integrazione senza laicità dello Stato.

La laicità dello Stato è la suprema condizione per una convivenza civile di diverse fedi sul nostro territorio. Questa è la vera sfida e l’unica condizione in grado di realizzare nel nostro paese quella integrazione di cui tutti parlano, ma che nessuno promuove. Pensare di farne a meno a vantaggio della religione di maggioranza è una scelta scellerata, che non potrà se non portare a conflitti devastanti. E sappiamo quello che le religioni sono capaci di fare, quando si combattono l’una contro l’altra.
E chi, sentendosi forte della propria supremazia su un popolo di bigotti, preferisce la sopraffazione alla giustizia, si potrebbe presto rendere conto delle conseguenze. 

domenica 20 agosto 2017

LA VACANZA PREMIO




Negli anni ottanta insegnavo al Liceo Scientifico di Pesaro. Una mattina entrarono  a scuola degli studenti pallidi in volto e stranamente silenziosi. Insospettito dall’insolito comportamento, chiedo loro dei ragguagli. Si trattava di ragazzi provenienti dall’entroterra. La fermata del loro autobus si trovava al di là della strada, e per arrivarci doveva per forza passare vicino ad una banca. Proprio lì, davanti a quella banca ancora chiusa, c’era un uomo. Un signore alto e magro, dall’aspetto curato. Aveva di fronte due o tre persone che si sbracciavano al suo indirizzo. Sembravano incalzarlo a fare qualcosa. Poi gli studenti udirono dei colpi sordi e videro l’uomo cadere a terra davanti a loro. E subito dopo una macchina bianca si allontanava precipitosamente dal luogo dell’omicidio.
Quell’uomo era il direttore di quella banca. Non aveva la chiave per aprire, ma gli assassini non l’avevano creduto. E senza la minima pietà, né per lui né per la madre dei suoi bambini, gli tolsero la vita. 
Oggi apprendo che uno di quei criminali, condannati all’ergastolo, non solo da quindici anni sconta la sua pena in semilibertà, ma se ne andrà in vacanza per una settimana in montagna in un albergo a quattro stelle. Invitato da Comunione e Liberazione.
Sarà la sociologia, o piuttosto la psichiatria, a giudicare la sanità mentale di una società, nella quale l’ergastolo si sconta in semilibertà. Quello che mi interessa, invece, sono le motivazioni di questa comunione di pie persone, con la passione per il lusso ed il potere, che si permette di offendere in questo modo i parenti di ventiquattro morti ammazzati e di un centinaio di feriti, causati dal branco della Uno Bianca. Uomini invasati dall’ideologia fascista, cui l’appartenenza alle forze di polizia infondeva senso di impunità e mania di onnipotenza.
Che cosa spinge questo movimento, che oggi a Rimini viene omaggiato da metà governo della Repubblica, compreso il Presidente del Consiglio, a far uscire dal carcere assassini di questa specie, invece di aiutare le vittime innocenti dei nefandi crimini da essi perpetrati? Che cosa li muove ad offrire la semilibertà ad un tale Marino Occhipinti, ergastolano,  in una loro cooperativa, fino a regalargli  un soggiorno premio in montagna?
Sono domande che rimarranno senza risposta, come senza risposta è la ragione per cui un assassino come De Pedis, della banda della Magliana, sia stato sepolto dentro una basilica di Roma.
Ma se togliamo di mezzo l’attrazione fatale per i criminali che si ispirano all’ideologia fascista o eventuali scambi più o meno affaristici, cui non voglio credere, non rimane che una sola giustificazione: il fanatismo religioso.
Quel fanatismo che fa loro pensare che l’idea di redenzione e di pentimento che propugnano debba prevalere a tutti i costi, anche con la prepotenza e la mistificazione. Ed utilizzando tutte le leve legali che non il popolo italiano,  ma l’insipienza e la debolezza di una politica imbelle, hanno posto nelle loro mani.
Manipolati da costoro, il perdono ed il pentimento sono diventati irriconoscibili dall’ipocrisia, e una vacanza si può benissimo confondere con degli esercizi spirituali.
Ma il perdono merita più rispetto. Non tutti lo possono chiedere e non tutti lo possono concedere.
Chiedere perdono per i peccati commessi da altri non è che un atto specioso quanto ingannevole. E non c’è bisogno di tanto acume per comprendere che implorarlo per la crudeltà di gente che non è più tra i viventi, è solo una fumisteria.
Ancora più grave, però, è l’ideologia aberrante di chi pretende che basti aver recitato un atto di contrizione ed essere stato assolto da un cappellano, per averlo.
L’unica persona, infatti, a poter concedere il perdono non può essere che la vittima.  Perché se si accettasse che possa farlo un altro, si arriverebbe all’assurdo che uno si potrebbe perdonare da se stesso.
E le vittime dei criminali della Uno Bianca sono morte. 
Che un uomo come me si ritenga autorizzato ad assolvere i peccati di un altro, è un’idea che ripugna alla ragione umana. Ma se proprio i devoti di CL ci vogliono credere, sappiano almeno che l’assoluzione di un prete può forse aprire le porte del paradiso, non certo quelle della galera.

mercoledì 9 agosto 2017

LO SO




Conosco quel rigore.
La nuvola tenace
che aduggiati lo sguardo
effimera e fugace
passandoti sul cuore.
Io so l’arco chi tende
da cui si stacca il dardo.
Conosco la paura del dolore.
So il grido soffocato
pel vuoto che ci attende
nei gorghi del passato.
E so la vanità delle parole.

lunedì 24 luglio 2017

LA LEGGE FIANO




Con tutto il rispetto che merita, per il tragico passato che ha colpito la sua famiglia, questa nuova legge Fiano mi sembra inutile. Infatti l’apologia del fascismo era già un reato, ma non ricordo nessuno che sia andato in galera per questo.
Il fascismo affonda le sue radici nei meandri bui degli istinti umani. Quelli della violenza e della prevaricazione, che non sono affatto scemate in questo paese. Ma esse, a tanti anni di distanza dalla fine della dittatura, non possono essere attribuite soltanto ai quattro scervellati che ancora inneggiano alle bande nere.  Significherebbe cristallizzarsi su uno schema obsoleto e fallace.
Oggi il problema del fascismo non è più il fascismo, ma è la prepotenza in generale, e questa non riguarda soltanto la destra. Una democrazia non può convivere con la violenza, la minaccia, l’abuso e la sopraffazione, che ne sono la negazione. Il problema è dunque quello del disprezzo per le leggi da parte di delinquenti e criminali che scorazzano liberamente indossando le proprie scarpe, in qualsiasi modo si vogliano chiamare. Tutta gente che circola impunita, perché la condanna per i colpevoli in Italia è diventata un’opzione scarsamente praticata.
A causa di una impostazione ideologica interessata da una parte e accettata supinamente dall’altra, il concetto della giusta sanzione è stato travasato nella categoria del “giustizialismo”. Con la conseguenza che non soltanto il fascismo becero a sfondo patologico, praticato ormai da pochi soggetti, ma anche la più gratuita e spicciola prevaricazione fioriscono rigogliosi sul terreno ben concimato del cinismo che ha guidato finora la nostra classe politica.
Quanti abusi di potere sono stati commessi con leggerezza da dirigenti pubblici nominati dai partiti cosiddetti costituzionali?
Un paese dove non si puniscono i colpevoli e non si premiano i meritevoli non è un paese serio e troppi esempi ormai rendono inevitabile la domanda cruciale: ma per chi legifera il nostro legislatore?
Forse un’idea che viene da lontano ha contribuito alla deriva del buon senso e alla vittoria dei “garantisti” interessati, facendo in modo che si coccolassero più i criminali delle loro vittime. L’idea che l’uomo non sia mai veramente colpevole e che, in fondo, siamo tutti peccatori. Con la conseguenza di prestare più attenzione al carnefice che alla vittima e che a milioni di persone, le quali in silenzio e dignità fanno il proprio dovere e rispettano le leggi, sia data meno importanza che a un criminale pentito.  
Ma se è vero che siamo tutti peccatori, questo non ci consente però di eliminare il concetto della responsabilità. L’uomo infatti può proseguire o fermarsi di fronte al sentiero dell’illegalità. E questo nella totale ed incondizionata libertà. Se procede nell’errore, che qualsiasi uomo riconosce per la legge morale che si porta dentro dalla nascita, lo fa a suo rischio e pericolo e nella assoluta consapevolezza di essere un colpevole suscettibile di una condanna. Egli è dunque sempre responsabile delle proprie azioni.
L’eccessiva benevolenza ha dimostrato non solo di non essere efficace, ma di contribuire alla diffusione dei comportamenti illeciti. Perché solo la paura trattiene i criminali, mentre l’impunità spinge alla lunga anche le persone che non lo sono  verso la china della scorrettezza.
L’Italia è ormai diventata un aggregato di associazioni, logge, comunioni, affiliazioni, sodalizi, compagnie, società, corporazioni, confraternite, cooperative, consorterie, sette e circoli, tutti impegnati a favorire i propri aderenti a scapito di tutti gli altri cittadini. Questa non si può chiamare democrazia. Trattandosi di un mannello di persone legate insieme dalla robusta corda dell’interesse, vogliamo chiamarla “fasciocrazia”?
Esso è il pericolo attuale e contro di esso si dovrebbero spendere le persone oneste e consapevoli. Perché ogni categoria potrebbe usare il proprio potere per prevaricare e  occultare le malefatte dei propri affiliati.  Medici che curano più i loro interessi che quelli dei pazienti, cooperative che non cooperano, dirigenti pubblici corrotti, torturatori dentro le stesse forze dell’ordine, no profit che fanno profitti, banchieri ladri, magistrati che pugnalano alle spalle altri magistrati, funzionari di partito che scambiano il voto col favore,  preti che abusano dei piccoli loro affidati, avvocati che non difendono, professori universitari che non vedono mai una cattedra, tutti coperti dallo spirito di corpo della propria categoria, invece di esserne allontanati con infamia.  Questo ed altro potrebbe accadere, non un nuovo fascismo, se lo Stato non sapesse tutelarsi, sbattendo in galera fino all’ultimo giorno, senza sconti e prescrizioni, i colpevoli di qualsiasi risma. Ma bisogna farlo prima che la fasciocrazia si insinui nelle supreme istituzioni legislative, dove potrebbe perfino scriversi le leggi a sua immagine e somiglianza.

giovedì 13 luglio 2017

LA SUFFICIENZA





Dare ai pesci il buongiorno
nuotandogli vicino
immerso nel silenzio
nel mare del mattino
con tanta quiete intorno
che rende sufficiente
il mondo trasparente
e cristallino.


giovedì 29 giugno 2017

LA RESPONSABILITÀ



Un governo che continua ad ignorare il grido che si leva da ogni parte d’Italia, giudicando con sussiego solo dei populisti o dei razzisti impauriti i cittadini che lo lanciano, ci dà la misura della propria faziosità.  È facile vedere che la rinascita del vero odio razziale sarà colpa di una classe politica corriva. Gente che ha pensato soltanto all’accoglienza in nome di un principio  giusto nella sua formulazione, ma tuttavia utopico, senza un progetto e senza un solido apparato per la difesa delle regole della Repubblica e per il rispetto della laicità in tutti i settori.  Con la conseguenza, sotto gli occhi di tutti, di devastare le periferie, moltiplicare i luoghi di culto improvvisati dove può accadere di tutto, avere gente che disprezzando le proprie donne disprezza anche le nostre consuetudini,  che odia la nostra libertà di pensiero e di parola, che modifica il modo di vivere degli europei con l’intimidazione, che mette a repentaglio la stessa convivenza civile, non avendo alcuna intenzione di rispettare le nostre leggi.
Con quale cervello si continuano a far arrivare dei disperati, se si sa che non si potranno mai inserire? Bisogna fermare la furia d’amore incontrollato che fa giungere sulle nostre coste sempre più gente, e poi la scarica sugli altri cittadini, senza preoccuparsi di come vivranno o come saranno trattati. Costoro si immaginano di essere i buoni in lotta contro una massa di indifferenti, ma non è così. E a volte un cuore senza cervello fa più danno di un cervello senza cuore. Cosa c’è di virtuoso in una simile passione altruistica? Essa, come tutte le passioni, è un impulso interiore che richiede di essere soddisfatto, al pari della vanità. Dunque sempre un sentimento egoistico, che sorge spontaneo dalle profondità più intime di noi stessi. L’altruista  per primo, infatti, sa che la sua azione gli procura quella pace interiore che va cercando, per placare l’inquietudine che lo assilla e lo tormenta. Se costui si gonfia d’orgoglio per il proprio comportamento è soltanto un ipocrita. Del resto si sa da tempo che le vere opere di bene, le uniche con un valore morale,  vanno compiute in silenzio e senza alcuna risonanza.
Se le azioni degli uni non fanno danno agli altri, devono essere accettate in nome del bene più grande, la libertà. Ma quello che sta accadendo ora è ben diverso e va a ledere i diritti di tutti. Infatti uno Stato la cui efficienza è inversamente proporzionale ai tempi della sua giustizia, come può occuparsi di tutta questa gente dispersa sulle nostre strade? Come pensare che persone lasciate a languire nel bisogno, a dormire tra i topi, a vivere strascinandosi avanti e indietro dalla sera alla mattina in cerca di cibo, per cadere poi schiavizzate tra le grinfie di criminali senza scrupoli, come pensare che questa gente non possa odiarci? Non basta consegnare i migranti ad associazioni e cooperative dai dubbi scopi, solo perché  risolvono un problema. Questa non è integrazione e significa agire come chi mette al mondo i figli, senza preoccuparsi di nutrirli e farli crescere dignitosamente. C’è una grande assente in tutta questa improvvisazione: la responsabilità.