lunedì 23 novembre 2015

STUPACCEPALIN


En c’era sol cla volta i aquilon,
mo c’erne anca i stupacc e le palin
tra i gioch che facevam p’i vigulin
o tle piassett opur in ti torrion.
Guatti guatti, nascosti in ti porton,
sa l’occh de guardia dietra ‘n buganin,
 odiati cum la rogna dai spassin
p’la carta ch’i gontava dai bidon.
E quand’argivi a casa, ch’era sera,
sonaven tla saccoccia le palin
c’movevi tutt content tra i dit dla man,
cum quant avessi vint chisà sa ch’era!
E te pareva anca più bella Urbin,
quand givi a lett per arcmincé già dman.





Della serie: Quel c’marcord d’Urbin




Traduzione



Stoppacciepalline



Quella volta non c’erano solo gli aquiloni
ma anche gli stoppacci* e le palline
tra i giochi che facevamo per i vicoli
oppure nelle piazzette o sui torrioni.
Rinserrati e nascosti nei portoni,
con l’occhio di guardia attraverso una fessura,
odiati come la rogna dagli spazzini
per la carta che gli tracimava dai bidoni.
E quando la sera tornavi a casa
suonavano in tasca le palline
che muovevi tutto contento tra le dita della mano,
come se avessi vinto chissà che cosa!
E ti sembrava anche più bella Urbino
quando andavi a letto per ricominciare il giorno dopo.




* Stoppaccio = Cono di carta da sparare con la cerbottana.

martedì 17 novembre 2015

STUPORE




Nell’atro pozzo del mistero umano
la luce penetrava a malapena
e chi tentava di guardar lontano
era tenuto sempre alla catena.
Così la melma scura del pantano,
che non sembrava affatto cosa oscena,
avrebbe reso inutilmente vano
il grido di dolore e della pena.
Ma quando cadde il sole sulla terra
bastò la luce per la verità,
che la visione univoca rinserra
nel disvelare ogni falsità.
Ma chi lo seppe mai dopo la guerra
s’era più vero Iddio oppure Allah?

mercoledì 11 novembre 2015

LA SIRENA



Oggi è infossato il mondo
e le persone
ombre fluttuanti e vaghe,
muti fantasmi
avvolti nella nebbia.
Scomparse all’improvviso son le strade
e se mi guardo in tondo,
non vedo più certezze, ma gran pena.
Un suono cupo giunge di lontano,
oltre il fermo grigiore,
oltre l’assenza.
Pensavo fosse forse una sirena,
ma era solo l’orrido rumore
che fa l’indifferenza.

sabato 7 novembre 2015

LOTTA ALL'EVASIONE




Stufo di chi gli succhia sempre il sangue
l’esasperato Italico Elettore
ritrova quel coraggio che gli langue
e ratto cambia l’Amministratore.
Perché contro l’arguto parassita
non c’è che d’applicare quella cura
che  fa sparir  quel che lo tiene in vita
e fa seccare il  brodo di coltura.
Così con grandi annunci e lancia in resta
innanzi all’assemblea condominiale,
la dura guerra il nuovo duce appresta
alla zanzara autoctona fiscale.
Spazio per l’evasione più non c’è!
Trema l’usura e piangon le mammane,
ma sol per poco, poiché vedon che...
scoperchia i pozzi e allaga le fontane.

martedì 3 novembre 2015

giovedì 29 ottobre 2015

LA GIOVINEZZA 1



Tumulto di suoni e profumi
lo slancio proteso nel vento
tra ciocche dorate e l’argento
più vivo dell’acqua dei fiumi.
Un languido vago fermento
di mondi diversi traspare
da azzurre di limpido mare
pupille di dolce portento.
Poi sale la nube leggera
s’invola un pensiero deciso
sprigiona il mistero la terra
e scordi la vita che c’era
finché marcia forte il sorriso
e rugge il tamburo di guerra.

sabato 24 ottobre 2015

LA MISERIA



En te devi mett’a rida
se te dich che dop la guerra
la miseria fava strida
Chi en lavrava tel comun
o per l’Università
el destin sc’laveva trist
e tel dic sensa bugia:
i ‘l mi padre poc l’ho vist,
perché se vlevam magné
i tocava da emigré.
I m’arcord che s’givi in piassa
in Urbin era pien d’gent
dal matin fin’alla sera,
mo nessun faceva gnent.
En m’arcord tutt quel ch’è stat,
mo m’arcord cum fossa ogg
che tla strada sc’nera tant
sa i calson tuti straciat
ch’arcoieven da per terra
tutt le cicc anca fumant.
En te devi mett’a rida
se te dich che dop la guerra
la miseria fava strida.
I m’arcord che tun chel temp,
che adess sembra acsé lontan,
de du rass era la gent
sia cla bona che cla trista.
C’eren i democristian
e la feccia comunista,
ch’era piena de por can
e nemen ormai sperava
che ce fossa ch’iaiutava.
Ansi, c’eren anca quei
ch’invec i scomunicava.
En te devi mett’a rida
se te dich che dop la guerra
la miseria fava strida.
Acse adess che c’è la crisi
me so quasi mess a piagna
quand ho vist malé in tla piassa
a pasé ma na ragassa
sa la gonna a tela ragna,
cum se fossa nutta a Urbin
a caval sopra d’un mul.
E vicin sc’nera tre quattre
sa i calson tutti bugati
e le topp anca in tel cul.
E ho pensat ch’è propri vera
quel c’diceva cla sentensa
che la storia en è de pietra:
qualca volta s’torna indietra.
Anca s’cé na differensa,
perché la miseria nostra
en avevi propri bsogn
da gì in piassa a mettla in mostra.



Della serie: Quel c’marcord d’Urbin


Traduzione

Non ti devi mettere a ridere
se ti dico che dopo la guerra
la miseria faceva stridere.
Chi non lavorava nel Comune
oppure per l’Università
in triste destino era perduto
e te lo dico senza bugia:
io mio padre poco l’ho veduto,
perché se volevamo mangiare
gli toccava solo d’emigrare.
Mi ricordo che se andavi in piazza
Urbino era piena di gente
dal mattino fino a tarda sera,
ma nessuno faceva mai niente.
Di quei cari tempi ormai andati
mi ricordo come fosse oggi
che per strada ce n’erano tanti,
con maglie e pantaloni strappati,
che raccoglievano dalla terra
tutte le cicche ancora fumanti.
Non ti devi mettere a ridere
se ti dico che dopo la guerra
la miseria faceva stridere.
Mi ricordo che i cattivi e i buoni,
di quei giorni ormai tanto strani
che oggi abbiam perso di vista,
s’erano divisi in due fazioni.
Quelli ch’erano democristiani
e quella di quei poveri cani
della maramaglia comunista,
che oramai neanche ci sperava
che ci fosse un che gli aiutava.
Ed anzi c’erano quelli che
al contrario li scomunicava.
Non ti devi mettere a ridere
se ti dico che dopo la guerra
la miseria faceva stridere.
Così adesso che c’è la crisi
mi sono quasi messo a piangere
quando ho visto camminare in piazza
la ragazza coi vestiti lisi,
come se fosse arrivata a Urbino
a cavallo d’un ruvido mulo.
E vicino ce n’eran tre o quattro
coi pantaloni tutti bucati
e con vistosi rattoppi al culo.
Così ho pensato che fosse vera
una sentenza d’un certo Pietro
che il tempo avanza mentre la storia
qualche volta può tornare indietro.
Anche se qui c’è una differenza
perché la grande miseria nostra
non sentivi proprio alcun bisogno
di andare in piazza a metterla in mostra.