venerdì 7 marzo 2014

OTTO MARZO


Quant’è bella giovinezza,
ardimento e volontà,
basta il soffio della brezza
e l’amore sboccerà.


Che si fugge tuttavia
anche a gran velocità,
rigorosa biologia
che tornar non la farà.


Chi vuol esser lieto sia
con dolcezza e con bontà,
che c’è solo questa via:
chi dà gioia la riavrà.


Del doman non c’è certezza
e ben presto lo saprai,
quindi dalle una carezza
e non farle male mai.




Ringrazio Lorenzo il Magnifico

 per la collaborazione

lunedì 3 marzo 2014

LO ZELO BUROCRATICO


Ricordo soprattutto una riunione
tra quelle tante fatte regionali
di presso le festività pasquali
immerso in un’accesa discussione.

Ti dissi ­– senza l’autorizzazione
dovranno chiuder come criminali,
mentre dovremmo esser solidali
talvolta pure anche col padrone.

Tu mi guardasti come fossi un mostro.
– Come farà senza lavoro questa gente?
Mi rispondesti – è un problema nostro?

Ma anni dopo non dicesti niente,
la penna intinta in un altro inchiostro,
ché della ditta eri il consulente.

mercoledì 26 febbraio 2014

IO NON LE SENTO



Io non le sento nascer né salire.
Sgorgano come l’acqua dolce
ed ipogea delle  silenti vene
d’una corteccia  algente
nel fervente corpo di terra
e roccia solidificata. Fumiganti
volute d’instancabili rovelli
e laceranti dubbi che s’ergono
salienti verso il chiarore cerulo
di verità lontane. E senza fretta,
a loro circonfuso, un cruccio
che scompare nella parola avita
mi rende meno amare le strade
della vita, anguste e ricorrenti.

sabato 22 febbraio 2014

MANPAESÀN*



Ce so’ pasat tant volt
davant’ a casa tua;
ce giv sempre de corsa
a scola malasò.
Mo era sempre chiusa
la finestra e anca s’er
sudat e’n po’ afannat,
i m’acorgev che dentra
chi salon en c’eri piò.
El so che si git via
Lello, per te era strett
Urbin e ‘l Duca ormai
stava a San Bernardin.
Era cminciat da già
el declin de sta città?
Dmenica scorsa ho fatt
un gir sa la moi mia
tra ‘l dom e ‘l tribunal
vicin a l’ospedal
che ‘l vecch, sopra le mura.
Ce credi? Manca ‘n purett
en ho incontrat; tutt vot
e chius da fè paura.
Che angoscia, che tristessa
a veda du so nat
sensa più manc un gatt,
tutt rott e tutt scrostat
cum quant i l’ho lasciat.



* Dialetto d’Urbino






TRADUZIONE

A UN CONCITTADINO



Ci sono passato tante volte
davanti a casa tua;
ci andavo sempre di corsa
a scuola lassù.
Ma era sempre chiusa
la finestra e anche se ero
sudato e un po’ affannato
io m’accorgevo che dentro
quei saloni non c’eri più.
Lo so che sei andato via
Lello, per te era stretta
Urbino e il Duca ormai
stava a San Bernardino.
Era già cominciato
il declino di questa città?
Domenica scorsa ho fatto
un giro con mia moglie
tra il duomo e il tribunale
vicino all’ospedale
quello vecchio sopra le mura.
Ci credi? Neanche un poveraccio
ho incontrato; tutto vuoto
e chiuso da far paura.
Che angoscia, che tristezza
vedere dove sono nato
senza più neanche un gatto,
tutto rotto e scrostato
come quando l’ho lasciato.

martedì 18 febbraio 2014

LA MORALE



Stinto lucore oggi alla marina
gravata orrendamente da un grigiore
che all’infinito al cielo la confonde.
Nel languido torpore dell’aurora
ansante ed indefessa la creatura
violenti sputa scrosci di salino
e di tagliente umore che si sfrange
sulla nudata roccia massacrata.
E blanda riversando dalle onde
sul mondo emerso attonito che sta
rigurgiti bestiali di pattume
con l’incuranza  della sua natura
ci dice con conati spaventosi
che quello che lei ebbe lo ridà!

giovedì 13 febbraio 2014

LA BARAONDA


Di rimbalzo mi si inficca
a due dita dalla gola
quel proiettile che spicca
fuori dalla tua pistola;

tu sorridi ed io con calma
dico a voce assai severa:
non si punta addosso l’arma
anche s’essa non è vera.

Guarda e ride tuo fratello
nulla dice la nonnina
mentre tu tra questo e quello
mi rispari come prima.

Nipotino mio diletto
se continui mal mi fai
odi quello che ti ho detto
smetti di spararmi, dai!

Ma l’invito non affonda
nella zucca tua piccina
e un’intensa baraonda
lentamente s’avvicina.

Quello strepito all’interno
aumentato a dismisura
si trasforma in un inferno
senza più nessuna cura;

son colpito sulla testa
son colpito nel decoro
né la furia più s’arresta
né per me c’è più ristoro.

Ella muta par che rida
sornioncina sotto i baffi,
il fratello guarda e sfida
ed aspetta che m’abbassi

per schivare quel furore
ormai più senza controllo
che colpisce senza cuore
con la mira sempre al collo

fino a quando repentino
io gli afferro e stringo il dardo
e zittisce il poverino
all'inaspettato azzardo.

Speranzoso adesso  guardi
che s’allenti la mia presa
ma dagli occhi miei beffardi
s’intravede una sorpresa.

A osservarlo mi abbandono,
è verdino, lungo e bello
e nell’aria manco un suono
quando io te lo sbrindello

con piacere a te davanti
senza proferir parola
mentre tu con gli occhi affranti
butti via la tua pistola

e ti getti disperato
in un pianto assai dirotto
per fiondarti tutt’un fiato
dalla mamma tua di sotto.

Non c’è spiegazion di sorta
quando tu te ne vai via
la tua nonna gattamorta
ha una crisi d’isteria

e mi strilla là per là
che lo vede, che lo sente
che da qualche tempo in qua
non capisco io più niente

mentre Jago interpellato
come fanno i legulei
dice serio ed aggrottato
che ha ragione solo lei.

Sale intanto la mammina,
ragazzina tanto amata,
tiene al figlio la manina
e mi guarda disperata

come dir: che cos’hai fatto
al mio povero bambino?
e la nonna: è un mentecatto!
dice in mezzo a quel casino.

Son reietto e biasimato
privo d’ogni comprensione
quando triste e sconsolato
vado verso il mercatone

dove quell’infausto giorno
han finito le cartucce
e mi tocca far ritorno
per la strada di Babbucce

con in mano un pacchettino
che contiene due pistole
da elargire al furbettino
luccicanti nuove nuove

affinché prendendo il dono
e sperando che gli piaccia
mi conceda il suo perdono
e che non mi spari in faccia.

martedì 11 febbraio 2014

L'INVERNO



Lo so che non la senti,
scusa… se vado via;
per me s’è fatta sera.
Dopo una vita intera
non canto più all’inverno.
Per questa mia poesia
ci vuol la primavera.