venerdì 21 giugno 2013

IL MISTERO





Miliardi sono i soli e quanti i mondi
se ancora ancora e ancora ancora
e ancora e poi ancora l’assecondi,
quella visione che la vita sfora?


Fin dove? Ché questo è pertinente.
Poiché quando si ferma quel creato
oltre ci puoi trovar soltanto il niente,
ma questo immaginarlo non è dato


e la ragion non trova alcun perché
sul fatto molto strano che ci sia
e possa esister quello che non c’è.
Tanto che se ci pensi fugge via.


E se anche il niente poi non esistesse,
allor sarebbe parimenti ardito
immaginar che un uno s’estendesse
immenso e ininterrotto all’infinito.


E qui arriviamo alla domanda vera,
che nasce dopo i tempi della culla,
la  cui risposta val la vita intera.
Perché esiste qualcosa anziché nulla?


Domanda suscitata dal mistero,
che può avvitarsi e spander di converso,
dell’infima particella del pensiero
che giunge ad abbracciare l’universo.


Quello che da più oltre ci attanaglia
e avvolge in una sfera silenziosa,
ma  che non è che un campo di battaglia
perennemente in lotta portentosa.


Non la sappiam fratelli la risposta,
ché lo scoprirlo è faticoso assai,
ma forse la domanda è male posta
e così messa non l’avremo mai.


Poiché cercare forse si dovrebbe
lo strano mondo d’immaginar qual è,
dove talmente assurda lei sarebbe,
che mai ci si porrebbe quel perché!!!


martedì 18 giugno 2013

L'INNOCENZA


S’approssima la sera,
mentre quel raggio rosso
scivola sull’acqua nera
e ci riversa addosso


il caldo dell’atmosfera.
Con i miei nipotini
osservo una madre altera
che gioca coi suoi gattini.


Sai Samuel, dico sincero,
presto la luce qui si spegnerà
e della notte il buio tutto nero
come d’incanto ovunque calerà.


Mi fissa allor sorpreso pure Jago,
di meraviglia l’occhio aperto pieno,
lo sguardo inespressivo e vago
mentre ascolta l’altro che sereno


dice, guardando le bestiole:
andiamo a cambiare nonno
la lampadina al sole?
Prima che venga il sonno?


La scienza ora vacilla
e sfuma senza sfarzo
la complessità. Ma brilla
l’innocenza come il quarzo


che rimanda della luce
il lampo. Ché non son io
più quel che conduce
adesso, dalla terra a Dio.


lunedì 17 giugno 2013

I CONFLITTI D'INTERESSE


C’è un problema d’interesse
che coinvolge Berlusconi,
che non proprio le ha dismesse
quelle sue televisioni.


Ma guardando più lontano
non mi sembra che il conflitto
sia poi tanto così strano.
Presentandosi assai fitto


Anche la chiesa in fondo,
quale interesse avrà
a far sparir dal mondo
bisogno e povertà,


se il fuoco e le scintille
della necessità
anche l’otto per mille
insieme estinguerà?


E pure il sindacato,
cui la semplicità
di mezzo il patronato
certo gli toglierà,


farà una dura azione
per far che il cittadino
senza intermediazione
comprenda il suo destino?


O il politico alloggiato
in posti di gran pregio
quanto sarà impegnato
contro il suo privilegio?


Il sindaco parente
del grande costruttore,
d’interesse sarà assente
nel pian regolatore?


Ed il masson primario
o di liberazione,
che deve quel suo posto
all’organizzazione,


quale interesse appoggia,
se sceglier è impellente,
di comunione o loggia
o quello del paziente?


E qual è l’interesse
allor dell’ignoranza,
che spesso ci diresse.
Dell’uomo o della panza?


Ma c’è una soluzione?
Chi ha smesso d’imparare
e vive da caprone
non lo facciam votare?


E i partitici conflitti?
Qual’è la lor funzione?
Tutelar solo gli iscritti
o tutte le persone?


E quella dirigente
la di cui prestazione
da tenere presente
nella valutazione


non viene dal lavoro,
che arriva sempre poi,
migliorerà il suo ruolo
o farà i c….  suoi?


Pretender tante norme
per ogni situazione
non solo non mi torna,
ma è in contraddizione


con quel che c’è da fare,
ribaltando la tendenza.
Le leggi da abrogare
di cui possiam far senza.


giovedì 13 giugno 2013

LA DEPRESSIONE


Mi sveglio una mattina
stanco ed assai stupito
d’essere stato a letto
senz’aver mai dormito,

e dopo cinque giorni
d’insonnia e di passione
m’aggiro ancor per casa
la testa nel pallone.

Alla consultazione
il medico è perplesso.
Forse è una depressione,
dice, e sta arrivando adesso.

Rimango un po’ basito
ed allibito assai,
perché non ho tristezza
e son privo di guai,

essendo che fortunato
ho smesso la funzione
e finalmente andato
sono anche io in pensione.

Prendo le pilloline
che mi dà per dormire,
ma tutte le mattine
mi pare di svenire

e lentamente sento
che sto per sbarellare,
perché senza un momento
di sonno, non puoi stare.

Finché una notte chiara,
in giro neanche un’ombra,
imbocco una strada vara,
il ponte della Ghironda,

perché con scelta estrema
l’effetto di calmarmi
ce l’ha ormai solo un tema:
quello di suicidarmi.

Salgo sul parapetto
e guardo l’acqua scura
pensando: se mi getto,
non avrò più paura.

E quando sto per farlo
una vocina appare
pungente come un tarlo:
perché ti vuoi buttare?

Eh già! Dico a mia volta
dov’è il motivo grave
che mi ha portato qui
per farmici ammazzare?

Che razza di coglione!
Stavo per farmi fuori
senz’alcuna ragione.
Ed ho scoperto, solo a posteriori,

che questa tra mortali malattie
di certo è la più subdola, perché
t’uccide sempre senza cortesie,
ma lo fa fare solamente a te.


martedì 11 giugno 2013

IL CIELO D'URBINO

Il cielo d’Urbino


Quando ci abitavo io
Era pieno di bambini
Su e giù per gli scalini
E le piazze d’Urbino.

Che cosa ti è successo?
Gli ho chiesto quando ci sono tornato
Dopo cinquant’anni.
Non c’è più neanche un cane?

Li hanno mandati via da quei tuguri
Mi ha detto qualcuno
E adesso se vuoi vedere qualche bambino
Devi andare a Mazzaferro

Ma questa città senza gli schiamazzi
Ed i giochi dei ragazzini
Che adesso se ne sono andati via
È troppo diversa dall’infanzia mia.

Quando si giocava alle palline
E quando anche se pioveva
Si andava senza ombrello
A suonare i campanelli.

Oppure quando gli spazzini
Gridavano come matti
Contro quei ragazzacci
Che giocavano con gli stoppacci.

Adesso invece è più tranquilla
Questa città senza abitanti.
Ma lassù, sopra i torricini
Il cielo d’Urbino ha perso un po’ di colore.


El ciel d’Urbin


Quand ce stav io
era pien d’burdei
so e giò per i scalin
e per le piass d’Urbin.

Sa te success?
I ho dett quand ce so’r nut
dop cinquant’an.
Cum’è che’n c’è più’n can?

I han mandat via da chi tuguri
m’ha dett qualcun
e adess, svo veda qualch burdell,
te tocca gì ma Massaferr.

Mo sta cità senza i schiamass
e i gioch di ragasin
che adess en gitti  via,
è trop diversa dall’infanzia mia.

Quand sgiocava alle palin
e quand, anca s’pioveva,
se giva sens’umbrell
a soné mai campanell.

Oppur quand i spassin
urlaven cum i matt
contra chi ragassacc
c’giocaven ai stupacc.

Adess invec è piò tranquilla
sta città sensa abitant.
Mo malasò, sopra i torricin,
ha pers un po’ d’color el ciel d’Urbin.

domenica 9 giugno 2013

IL RAPPORTO CON LA P.A.


L’avete mai provata
l’oscura sensazione
sovente provocata
da un’amministrazione?

Parlo di tutti gli enti
pubblici o paratali,
che noi contribuenti
paghiamo senza eguali.

Parlo di quel rapporto
tra stato e cittadini
che dà tanto conforto,
ma fuori dai confini.
  
Somiglia ad un disagio,
quasi un dolore strano,
che irradia molto adagio
proprio dal deretano.

Quella rabbia impotente
per una visita abortita
a causa d’un deficiente,
l’avete mai sentita?

O quando per esami
differiti a molti mesi
vi trattan come cani.
Come ci avranno presi?

E l’ebete di turno
a capo della struttura,
che guarda taciturno
e quel ch’è di sua cura

neanche lui lo sa.
L’avete mai provato
l’effetto che vi fa?
Lo zelo da impiegato?

O se per un problema
vi fan girovagare
fin quasi all’eritema
per poi ricominciare

da quello stesso scranno
dal qual s’era partiti,
dove v’accoglieranno
spocchiosi e infastiditi,

come vi sentirete?
Che questa è cosa vera
e non scherzo da prete
da raccontar di sera.

Come lo squillo assente
della cornetta vuota
che il centralin non sente
e intanto il tempo ruota,

come lo chiamereste?
E cosa sarebbe stato
se dipendenti foste
di qualche dator privato?

Ma senza dubbio come
emblema dell’agir vile,
è quello che prende il nome
di scaricabarile.

Quando dall’uno all’altro
la responsabilità
con fare astuto e scaltro
questo rimpallerà,

tanto che sempre svia,
in modo assai volpino,
di chi la colpa sia
davanti al cittadino.

Finché non giungi al primo.
Al capo suo supremo,
che però molto anodino
dice solo: “vedremo”.

Chi ce l’ha fatto fare?
Ci avete una ragione,
amici, per sopportare
tal mortificazione?

Perché se chi comanda
eletto noi l’abbiamo,
dobbiamo fare ammenda.
Oppur ce li teniamo.

A meno di scambiare l’efficienza
solo per qualche sagra in più
e poi tenerci intera la dolenza,
quando più forti torneranno su!



giovedì 6 giugno 2013

LA RELIGIONE


Se fredda è l’aria e piove molto spesso
provvede al suo calore col vestiario,
mentre non porta tante vesti appresso
se vive l’uomo in un clima contrario.


Ma non per questo quello seminudo
lo penso un ignorante privo di verità,
né tra i perduti di ragion lo includo
basandomi su quel che indosserà.


Mentre chi altrui deruba o ucciderà,
spoglio che sia o ben coperto assai,
sdegno e disprezzo si meriterà
e quel giudizio non cambierà mai.


Così è la religione per mio conto,
che non muta dell’uomo la natura
e al pari di un giardino nel tramonto,
che mostra all’alba la stessa fioritura


non sono queste da tener presenti
le differenze ch’hanno un’importanza,
che invece non dipendon dagli ambienti,
ma son le stesse in ogni circostanza.